THE ABBOTS WAY di Stefano Imbrò

La mia “The Abbots Way”, racconto delirante e semiserio di un runner della Domenica al cospetto di un evento con gli attributi.

Perché ? Eh già, bisogna iniziare con una domanda. Perché decidere di iscriversi ad una ultratrail di 125km che impegna, nella migliore delle ipotesi, un giorno e una notte di fila?

Nel mio caso la risposta è abbastanza chiara. Normalmente preferisco l’asfalto e  L’Abbots Way è stata scelta come ultimo lungo prima del tentativo ormai prossimo della 9 Colli Running ( ed anche qui ci starebbe bene un bel perché, ma è un’altra storia). Nella mia testolina bacata ho pensato che un impegno di questa entità potesse essere di buon aiuto per preparare la gara su asfalto più lunga d’Italia. Chissà se la scelta fatta si rivelerà giusta? Vedremo, non perdiamo il filo del discorso.

Abbots Way dicevamo, quindi… l’iscrizione è stata fatta a Natale scorso, quando la testa pensava ad anolini e lambrusco, non certo a dislivelli montani e single track. Man mano però che le settimane passavano aumentava proporzionalmente l’ansia. Gli amici, come sempre creando un pot-pourrì di opinioni  tra disfattismo e ottimismo, passando da un “ Ma figurati se non la porti a casa” a “ Ma sei cretino? Ma secondo te son cose da fare?”  facevano regolarmente la loro parte mentre io cercavo di allenarmi quanto possibile per non essere troppo impreparato. Come ormai accade sovente il Guru della situazione in quanto a consigli, malizie e strategie è stato il Maestro Stefano Giovanelli, che in questi mesi mi ha fatto anche da madre. Il Maestro Jova, oltre ad affiancarmi negli allenamenti in off road non si è risparmiato in nulla, prestandomi anche l’attrezzatura necessaria per affrontare la gara.

Siamo a Sabato 23 Aprile, la partenza è fissata per le 06 e io godo della possibilità di dormire nel mio letto la notte precedente sempre grazie al Maestro, che si offre di accompagnarmi alla partenza a Bobbio dove, la sera prima, l’Amico Gabriele Cavatorta del Kino Mana ha gentilmente ritirato il mio pettorale. Arriviamo sul posto con un buon anticipo e posso quindi dedicarmi alle ultime preparazioni senza affanno. A differenza dei giorni prima, in cui a volte ero stato piuttosto in apprensione, sono stranamente tranquillo. Le previsioni meteo purtroppo pessime non mi impensieriscono. L’unico vero dubbio è rappresentato dai bastoncini… usarli o non usarli, usarli o non usarli?  A 10 minuti dallo sparo decido di lasciarli nel baule del Jova: Decido che non mi serviranno nonostante il 95% dei runner attorno a me abbiano preso la decisione opposta. Foto di rito con alcuni amici Parmigiani ed entro nella piccola griglia dove l’organizzazione provvede alla spunta dei pettorali. Qualche minuto ancora e via… si parte! Partenza davvero bella con passaggio all’interno del paese attraversando dei borghi molto suggestivi fino al bellissimo ponte Gobbo, che segna sia l’uscita da Bobbio che, tranne alcuni casi, il saluto al mio amico asfalto.

Il ritmo è ovviamente blando, mooolto blando. Tuttavia sia nei tratti spiani che durante le discese il passo è allegro e costante. Al momento dello sparo ero tra gli ultimi partecipanti ma presto recupero parecchie posizioni e, dopo pochi minuti, affianco 3 amici del Kinomana, Michela, Mauro e il già citato Gabriele. Mi affianco a loro e vado avanti tranquillo, chiacchierando di tutto e di più. In particolare seguo il passo di Gabriele il quale mi informa della sua poca voglia di arrivare fino al traguardo. “ Ah io al massimo a Bardi e poi mi fermo.. no no ma sai quando proprio non ne hai voglia?” Prendo le sue dichiarazioni come una sfida e comincio a fargli da tarlo dicendogli che non esiste fermarsi a Bardi, la cosa non è prevista. Lui insiste nella sua, io nella mia.. nel mente i km passano alternando passo di marcia in salita e corsa blanda in spiano e discesa. Tutto fila liscio e si sta anche bene. Ancora non lo sapevo ma da quel momento non mi sarei più allontanato da Gabriele.

Poco prima dell’intermedio di Farini, verso il 30 km, stacchiamo di poco Mauro e Michela, complice un breve tratto d’asfalto che mi regala qualche minuto prezioso rispetto ai precedenti km. In quel momento il cielo è nuvoloso ma non minaccioso. Lo spettacolo però, anche se in negativo, lo offre la valle sul torrente Nure, teatro pochi mesi fa di una bruttissima alluvione che si è portata via anche alcune vite. Fa effetto sentirsi spiegare che una volta il percorso della Abbots Way passava là… dove ora c’è il nulla. Fa effetto vedere il segno della frana ancora non del tutto controllata che lambisce il centro abitato. Fa effetto vedere le case per metà in piedi e per metà crollate, fa effetto pensare di essere in quel posto in piena salute, per scopi ludici e , se vogliamo, egoistici. Mi tornano in mente le parole pronunciate dal Dallo durante un allenamento di gruppo un paio di anni fa; “siamo qui a correre e chiacchierare. Siamo dei privilegiati”.

La gara prosegue in tranquillità, Gabriele continua a dire di non aver voglia e sembra convinto davvero a fermarsi a Bardi. Io insisto nella mia opera di motivatore e dopo un po’ raggiungo l’obbiettivo. Poco dopo il ristoro di Groppallo al 40Km Gabriele decide di fare tutto il percorso e propone di non slegare la coppia. Accetto con gioia la proposta e proseguiamo di buon passo la salita fino alla cima del monte Lama, che raggiungiamo quando scocca il 50Km.

Poco prima di iniziare la lunga discesa del Lama purtroppo le previsioni meteo dei giorni prima si avverano, la pioggia inizia a scendere prima debole e poi forte, a tratti a carattere temporalesco. Non mi scoraggio più di tanto anche perché sono ben attrezzato e la discesa procede comunque bene. Il percorso si segue facendo riferimento a qualche cartello ma soprattutto grazie alle fettucce biancorosse appese ad alberi e cespugli con cadenza una dall’altra a distanza di 200 metri circa. La lunga discesa dal Lama non manca di bivi e crocevia con altri sentieri e infatti….. ad un tratto mi ritrovo, sempre con Gabriele al fianco, ad un bivio a T. Si può andare a destra o a sinistra ma non c’è nessuna indicazione, nessuna fettuccia, nessun segno e soprattutto nessun’altro runner nei paraggi. Ci guardiamo attorno e nel giro di pochi secondi capiamo di aver sbagliato strada mentre, nel frattempo, sopra di noi c’è un acquazzone coi fiocchi. Decidiamo di ritornare sui nostri passi fino a trovare una fettuccia biancorossa ma, quella che prima era una lunga discesa ora è una lunga salita. Saliamo fino al primo bivio e ci guardiamo attorno. Nessun segnale. Saliamo fino al secondo bivio, nessun segnale. Saliamo ancora fino al terzo, quarto bivio… niente. Il tempo passa e noi ci siamo persi. Comincio ad innervosirmi e a fare brutti pensieri. La pioggia continua a cadere mentre stiamo perdendo tempo, energia, pazienza. Dopo circa 2.5 km di salita ritroviamo la via. Gabriele esulta, io un po’ meno. Nonostante sia stata ritrovata la strada maestra le parti si invertono. Ora sono io che, in preda allo sconforto, comincio a pensare di fermarmi a Bardi mentre tocca a Gabriele, ora rinvigorito, fare da motivatore. Riprendiamo a marciare sul paio di strappi abbastanza impegnativi che ci separano dall’ultima discesa verso Bardi e piano piano comincio a riprendermi. Facendo un rapido calcolo scopriamo di aver perso circa 60’ per una nostra stupida disattenzione ma il riprendere e superare altri runners mi aiuta a riprendermi un po’. Inoltre smette di piovere e quindi, di buon passo, proseguiamo quindi fino a Bardi. Punto di cambio abiti, ristoro importante e tappa centrale del percorso. Siamo a circa 60 km percorsi, ne restano 65.

Al ristoro di Bardi trovo la mia borsa,  mi asciugo dalla pioggia e mi cambio completamente con indumenti asciutti. Dentro alla scuola adibita a spogliatoio trovo Diego e Francesca del Kinomana in veste di tifosi nei confronti dei loro compagni. Entrambi regalano parole di incoraggiamento anche a me, parole che  in quel momento ricevo come un toccasana tant’è che, dopo una telefonata a casa per dire che ero vivo e per autocelebrarmi come un co…one che sbaglia strada nei confronti di mia moglie e un messaggio ai fratelli del Dark side  dico a Gabriele “ se riparto da qui, mi fermo solo al traguardo”.  Ci fermiamo un po’ in mensa, in un angolo ci sono gli staffettisti, loro hanno già terminato la loro fatica e il tavolo è pieno di birra. Cerco di resistere a quella sirena di Ulisse, mangio un piattone di patate lesse, fagioli, uovo sodo e via… si riparte.

I primi 30 km della seconda parte di gara scorrono bene, la crisi precedente è passata e il pasto abbondante sembra avermi dato nuove energie. Sono sempre accanto a Gabriele e a un certo punto si unisce a noi Emanuela, una ragazza molto gentile e dai modi molto fini, ci dice subito di voler stare accanto a noi per non restare sola durante la notte che, nel frattempo, è scesa su di noi. Emanuela è evidentemente più veloce ma si adatta al nostro passo. Parla poco, parliamo tutti poco… le ore passate sulle gambe sono circa 15, si comincia a essere stanchini. Arriviamo tuttavia senza problemi fino al ristoro di San Pietro, a circa 4 km da Borgotaro. E’ circa mezzanotte e tutto sommato stiamo bene. Ci sediamo su un muretto e mangiamo un piatto di minestrone. Il mio corpo è certamente scombussolato e giustifica il fatto che la sensazione è di non aver mai mangiato un minestrone così buono. Emanuela finisce il suo pasto prima di noi e decide di partire in solitaria, probabilmente vuole tenere il suo passo naturale. Io e Gabriele ci regaliamo qualche minuto in più di relax. Ripartiamo alla volta di Borgotaro, terzo check point e base vita al 91km circa dove arriviamo non prima di sbagliare nuovamente percorso. Stavolta però ci accorgiamo quasi subito dell’errore e perdiamo solo una ventina di minuti ( che nadari). Al ristoro veloce di Borgotaro cambio le batterie alla frontale, bevo qualcosa di caldo e riparto dicendo a Gabriele “ dai, facciamoci questo trentello poi andiamo a casa”. Mi sento bene, la notte è tranquilla e i km rimanenti continuano a diminuire. Tutto procede bene e arriviamo al ristoro di Valdena. Siamo a circa 100 km fatti. Troviamo una bella casetta a nostra disposizione dove i volontari della protezione civile ci fanno sedere per un piatto di pasta che decidiamo resti rigorosamente in bianco.  4 chiacchiere con altri runner e con i volontari e ci si alza da tavola per ripartire ma….  in quel momento la gara prende una piega diversa. Mentre salutiamo i volontari sentiamo una voce uscire dalle loro radioline; “ ragazzi, ragazzi… qui a Borgotaro diluvia, a Borgotaro diluvia..” Guardo Gabriele e senza pronunciare una parola ci capiamo al volo. Provo a sfidare la sorte esclamando “ vabbè, diluvia a Borgotaro, saranno ca..i loro” e ripartiamo sulla nostra strada. Il diluvio di Borgotaro ci raggiunge in meno di 1 minuto. La notte, da tranquilla, si avvia a diventare impegnativa. Siamo a circa 25 km dal traguardo, un numero relativamente basso ma per la prima volta considero questa distanza come un eternità. Sotto al diluvio, a tratti davvero notevole, procediamo senza parlare. Arriviamo al passo del Borgallo e, dopo  un the caldo e un saluto ai ragazzi del soccorso alpino presenti sulla vetta, iniziamo a percorrere il crinale. Di certo il  tratto più impegnativo trovato fin’ora. La pioggia scende con violenza, il vento soffia forte e lateralmente, si aggiunge anche una discreta nebbia. Corriamo su un single track con burrone, sia a destra che a sinistra, distante solo mezzo metro. Sono un po’ spaventato ma non dico una parola a Gabriele per evitare di trasmettere anche a lui questa insicurezza. Sappiamo entrambi che la nostra prontezza di riflessi è drasticamente calata e senza nemmeno bisogno di accordarsi affrontiamo questo tratto lentamente, cercando di mantenere la concentrazione. Solo dopo scopriremo che in quegli stessi minuti l’organizzazione veniva invitata, dai runner che nel frattempo erano già al traguardo, a fermare la gara per motivi di sicurezza. A conti fatti sono felice che si sia deciso di proseguire.

Terminato il passaggio sul crinale iniziamo la discesa verso Cervara. Il vento ci dà un po’ di tregua ma la pioggia purtroppo continua a cadere con forza. Arriva il freddo. Il corpo che finora aveva retto discretamente lo sforzo ora inizia a dare segni di debolezza. Il passo è ancora piuttosto ritmato ma è un passo e non una corsetta come prima. Anche nei tratti in discesa. Il minor movimento fa calare la temperatura corporea e quindi aumenta la sofferenza. Gabriele dice di avere mani e piedi gelati, io sento la stessa cosa e anche di essere completamente zuppo. In quel momento penso che indossare una giacca in goretex, idonea a questo genere di meteo, mi stia letteralmente salvando sia dal ritiro che da un ipotermia, Gabriele conferma che senza l’attrezzatura idonea, che fortunatamente indossa anche lui, non si potrebbe assolutamente proseguire. Inizio a benedire a cadenza regolare il maestro Jova che molto gentilmente mi ha prestato il tutto.

Proseguiamo la nostra discesa sotto il diluvio e capiamo che l’unico modo per sentire meno freddo è cambiare il passo. Ci sforziamo quindi di aumentare il ritmo e riprendiamo a corricchiare almeno in discesa. Scelta azzeccatissima poiché nel giro di pochi minuti la sensazione di freddo cala leggermente, poi ancora, poi ancora, fino a farci tornare a condizioni quantomeno accettabili. Samo a circa 15 km dal traguardo e ci concediamo il lusso di saltare il piccolo ristoro di Morana. Il meteo ci dà una mano e la pioggia diminuisce lentamente fino a cessare del tutto. A parte qualche strappetto c’è solo discesa tra noi e il traguardo. Riprendiamo temperatura corporea, forza e fiducia e continuiamo. Siamo a circa 110km fatti, iniziamo a vedere le luci di Pontremoli dall’alto. Come si dice in gergo, si inizia a sentire odore di gonfiabile. L’adrenalina sale e ci aiuta a proseguire. Il passo in discesa forse addirittura aumenta. Raggiungiamo e superiamo diversi runner ormai stremati, proviamo anche a incitarli invitandoli a seguirci. Rifiutano tutti l’invito, tranne in un caso, un ragazzo che si mette in coda a noi per affrontare gli ultimi km di fatica. Siamo a circa 5km dal traguardo e le prime luci dell’alba sono ormai nitide. La discesa finisce e in poco tempo entriamo nel tratto abitato accanto a Pontremoli ma non ancora in centro paese. Ora siamo su asfalto e manca davvero poco. Le lampade frontali non servono più e, come una specie di beffa, il cielo è privo di nuvole minacciose nonostante il diluvio appena cessato. Entriamo finalmente in Pontremoli che sembra non finire mai. Tantissimi cambi di direzione, strade larghe, borghetti vari, non sappiamo di preciso dove si trova il traguardo ma speriamo sempre che sia dietro la curva davanti a noi. Arrivati al centro storico attraversiamo il ponte medievale sul Fiume Magra convinti che il traguardo sia appena dopo ma ci sbagliamo. Attraversato il Magra il percorso continua. Per sdrammatizzare dico ad alta voce “ se dietro quella curva non c’è il traguardo io mi ritiro” ed effettivamente il traguardo non c’è… “ma dove ca..o è sto traguardo?”. Proseguiamo un altro centinaio di metri e dopo una curva, oltre il ponte sul torrente Verde, vediamo finalmente l’arrivo. Mi affianco a Gabriele e dico ; “ Dai, arriviamo affiancanti e sorridenti” e così facciamo. Passiamo sul tappeto e concludiamo il nostro viaggio. Ci facciamo mettere la medaglia al collo e scattare un paio di foto. Non mi viene in mente di abbracciare il mio compagno di viaggio e ora che scrivo me ne pento fortemente, senza di lui non credo avrei completato la gara. Riceviamo i complimenti dei pochi presenti. Solo le 07:06. Siamo stati in ballo più di 25 ore. Ci sono due sedie, le occupiamo, restituiamo i chip e… click… spegniamo il motore. Non ho la forza di esultare e urlare come vorrei, ma so di aver portato a termine un’altra piccola grande impresa. E devo dire che poi, tutto sommato, stare lontani dall’asfalto non è affatto male. Come dice il motto della gara… per aspera ad astra. Azzeccatissimo,  le asperità non sono mancate e di certo, con la medaglia al collo, almeno per un attimo sono salito alle stelle.

Stefano Imbrò

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